Prima testimonianza da Lourdes

  L’ATTIMO DI PARADISO

E’ il pomeriggio di una Pasqua grigia, arrivata forse troppo in fretta e quasi inattesa: la mia casa si riempie dei colori e delle voci acute dei nipotini. Gli abbracci e gli auguri ti fanno sentire bene, scaldano il cuore. Lancio un’altra occhiata fuori dalla finestra: quel cielo denso sembra pesare sulla mia testa e torno con il pensiero a ciò che di lì a due giorni sarebbe divenuta la mia nuova vita per una settimana. Avevo scelto di fare un’esperienza diversa, un esperienza – mi dicevo – non per me ma come servizio per qualcun altro. Dentro me sento agitarsi i sentimenti più diversi, per fondersi in un unico interrogativo: sarà stata giusta la mia scelta? Voglia di partire, entusiasmo ma anche dubbi e perplessità: sarebbe stato il mio primo indossare una divisa, il mio primo accompagnare un anziano sulla carrozzina, il mio primo vivere Lourdes non con il mio nome e cognome, ma come “sorella”. Tra l’entusiasmo di tutti i familiari, infilo il camice bianco: lo vedo già troppo lungo, largo in vita. Mi faccio aiutare con il grembiule: ricordo l’incrocio delle bretelle dietro le spalle, ma mi spazientisco nel non riuscire a trovare la posizione giusta dell’asola per il bottone. Trovo una soluzione provvisoria e indosso controvoglia la veletta. Mi guardo, convinta di impazzire già dopo il primo giorno.
Era vero: ciò che provavo non potevo nasconderlo a me stessa. Ed infatti era tutto vero: in quel pomeriggio ancora non capivo, ancora non ero pronta. Soltanto arrivata a Lourdes ho capito cosa significasse per me indossare quella divisa. Nel giro di pochi minuti l’anonimo corridoio del nono piano del Salus era già divenuto qualcosa di familiare e mi è quasi sembrato di conoscere da sempre le responsabili, i cui volti ansiosi di imparare i nostri nomi si allargavano in un sorriso pieno di gratitudine. Il primo miracolo di Lourdes è per me stato la profonda umanità: un’umanità difficilmente comprensibile nella routine quotidiana, quando l’affastellarsi di impegni ti ruba non solo il tempo, ma te stesso. A Lourdes mi sono commossa e ho ringraziato Maria per quelle lacrime: era da poco concluso il rosario delle 18 e lunghi raggi tutto ad un tratto avevano rotto il grigiore, indorando le guglie della chiesa e scaldandoci il viso. Era forte in me il desiderio di avvicinarmi alla grotta, sedermi in disparte e pregare. Faccio come per procedere, ma quello che vedo mi ferma, come per dirmi: rimani! Sorelle e barellieri circondavano un malato sulla carrozzina baciandolo: i suoi occhi blu e le sue mani ricambiavano l’affetto con altrettanti baci e carezze. Pronuncia quasi ridendo una formula di benedizione e traccia sulla fronte della mia amica una croce. Solo allora mi sono resa conto di quanta cecità i nostri occhi sono capaci: la preghiera che la Madonna mi chiedeva in quel momento era nell’abbraccio di quell’uomo! A Lourdes ho scoperto la bellezza di annunciare Cristo qui ed ora! Il paradiso è già adesso, se ne sappiamo spargere un po’ del profumo sulla terra!
Cosa spinge una persona a venire a Lourdes? La dedizione al povero, al piccolo, a chi per la società non conta più nulla, ma anzi è solo un peso la cui dipartita è accompagnabile con la “dolce morte”, estremo grottesco regalo di cui il mondo ci vuol far dono, il dimenticarsi di se stessi, spogliandosi delle vesti dell’egoismo e dell’arrivismo, il deporre ai piedi della croce le nostre miserie e con umiltà tornare a sporcarci le mani, baciando i piedi dei poveri, come papa Francesco ci ha insegnato: “Non dimenticatevi dei poveri”. Quante parole non dette avrei potuto dire, quante volte avrei potuto allungare le mie mani… Se penso alla mia vita sotto questa nuova luce sento una gioia incontenibile: sono sicura che questa gioia profuma del nardo, l’olio della resurrezione. L’acqua di Lourdes purifica perché è sgorgata dal fango, il fango del nostro peccato: ora corre cristallina, non si esaurisce ma è pronta a lavarci.
Lourdes: acqua e luce. Lourdes: amore. Lourdes: umanità. Ecco che tutto muta: lo spogliarsi delle vesti non ti fa sentire freddo, ma rivestito di un manto regale; la divisa che tra le mura di casa ti fa vedere sbagliata e rende difficile il riconoscerti, diviene la veste della Vergine che ha detto senza esitare il suo sì al Signore.
E’ questa umiltà che mi porto a casa, le mani calde degli ammalati, la risata e il sorriso dei diversamente abili che ballano con tutta l’energia di cui sono capaci al suono della mia chitarra. Se anche per un attimo ognuno di noi è stato in grado di farli sentire amati, allora il nostro posto doveva essere lì con loro; perché tutto dipende dalla prospettiva in cui lo si guarda. Sono sicura che allora il bottone troverà il suo posto nel grembiule e che l’anima si sentirà finalmente a casa.

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