relazione del presidente (15 sett.)

Il carisma dell’Unitalsi è essere “pellegrini di carità”.

La nostra è una prossimità, è farsi prossimo come il buon Samaritano, per coloro che sentono una mancanza di speranza, una sofferenza di solitudine, che vivono ai margini non solo della vita della società ma anche a livello della vita della Chiesa. La nostra passione è per gli sconfitti della vita, per coloro che sono soli o che si sentono soli per i
limiti imposti dalla malattia o dall’età e dalla povertà che più che povertà economica è spesso povertà di affetti. La nostra passione è per coloro che sono dimenticati nelle case di riposo perché sono stati estromessi dal ciclo produttivo e non servono più, è per coloro che sono parcheggiati nelle proprie abitazioni perché non hanno nessuno che si ricordi di loro neanche per accompagnarli a Messa. Sono gli sconfitti della vita, sono coloro che hanno perduto la speranza, che soffrono di solitudine.

Quante volte troviamo il malato o l’anziano che non abbandona casa da anni… Nelle nostre città ma anche nei nostri paesi abbiamo persone sole anche se vivono in un condominio.

Spesso ci sono solitudini che vivono vicine ma, essendo solitudini non comunicano, non si aiutano. Il caso più clamoroso è quello di qualche vecchietto (ma ultimamente anche qualche cinquantenne) che viene trovato morto in casa dopo giorni e giorni. Solitudine vuol dire vivere la vita ai margini della società (i poveri e i nuovi poveri) spesso perché
trovi solo chi ti da una mano solo alla mensa dei poveri; solitudine vuol dire soprattutto perdere la speranza.

Ricordate la storia di Mario venuto a Lourdes per morire e per morire tra amici. Era un uomo ancora giovane (60 anni) ma abbandonato completamente dalla sua famiglia.

I nuovi poveri….i separati ma anche chi perde il lavoro.
Se non ha una famiglia alle spalle la Società lo abbandona, non serve più.

Mario era venuto a Lourdes per essere tra amici, per vivere questa solitudine, la solitudine nella quale rischiava di morire “disperato”. Cosa gli ha dato il pellegrinaggio?

L’ultimo giorno di vita lui diceva: sono tra amici, non sono più solo.

La passione di essere pellegrini di carità si manifesta innanzitutto per la nostra storia e per la nostra vocazione nei pellegrinaggi e soprattutto nel pellegrinaggio a Lourdes.

Il pellegrinaggio è la prima espressione di questa passione: l’Unitalsiano è consapevole che il Signore Gesù è la risposta credibile, vera e profonda al desiderio di felicità e di fraternità che c’è nel cuore dell’uomo, soprattutto dell’uomo più debole.

Per questo io unitalsiano voglio accompagnarti dal Signore; non sono io la risposta al tuo desiderio di vita ma è il Signore. Io unitalsiano ti accompagno da Lui e insieme a te arrivo anch’io dal Signore. Anche io ne ho bisogno. Insieme arriviamo meglio e prima. Se Mario
andava a Lourdes da solo, non avrebbe trovato gli amici.

E’ per questo che il pellegrinaggio è il momento forte per conoscere la nostra Associazione, il momento clou dell’anno.

E’ col pellegrinaggio che coinvolgiamo persone, è col pellegrinaggio che riusciamo a fare la proposta e a coinvolgere i più tiepidi.

Il pellegrinaggio fa vivere il nostro carisma ai nuovi e ai vecchi.

I primi ne scoprono la grandezza, i secondi riprendono forza.

Ricordate quanti malati ci dicono che non vengono in pellegrinaggio per chiedere la guarigione ma per “ricaricare le batterie” e vivere di rendita tutto un anno in attesa del prossimo pellegrinaggio.

Questo capita a tutti. In qualche modo siamo tutti malati.

Ricordate che la Vergine apparendo a Lourdes ha chiesto di venire in pellegrinaggio per 15 volte ma non ha mai parlato di malati. Fatto il pellegrinaggio, dunque, si vive di rendita per tutto l’anno esercitando con entusiasmo la carità. Quindi non chiudendo gli uffici (il pellegrinaggio lo abbiamo fatto) ma continuando il pellegrinaggio della vita con la fantasia della carità. Quasi tutti i volontari, tornati a casa da Lourdes sentono che l’entusiasmo che hanno provato assieme, fra di loro e con i malati, non può finire.

Occorre arricchire i 358 giorni restanti dell’anno altrimenti quel che abbiamo vissuto a Lourdes rischia di diventare una bella recita e abbiamo fatto i bravi ragazzi: abbiamo aiutato gli altri. Seguendo il malato, seguendo colui che rischiava di perdere la speranza prendo stimolo per arricchire la sua vita e anche la mia vita.

Il pellegrinaggio non si fa da soli, si fa insieme. Il Santuario meta del pellegrinaggio e il pellegrinaggio stesso, il viaggio, raccontano e riassumono tutta la vita: con le loro difficoltà ma anche con la loro bellezza esprimono il desiderio di cammino e insegnano una
fraternità che può cambiare la vita. Di fronte alle difficoltà noi invece siamo i primi a lamentarci: il treno impiega troppo tempo, l’aria condizionata non funziona, la pasta era un po’ scotta, si sono dimenticati di servire il caffè…

Esci dalla tua terra e va…dove ti mostrerò. Abramo non solo non sapeva le difficoltà che avrebbe trovato ma non sapeva neanche la meta. Il pellegrinaggio in treno ci prepara. Siamo tutti d’accordo. E’ però grazie agli imprevisti di 24 ore di vita insieme che ci prepara. E pensate che vorremmo scegliere anche i compagni di viaggio e quanti essere in scomparto. Non voglio esaltare le difficoltà e dire loro “benvenute!” ma vorrei ricordare quel treno di Udine dove non funzionava niente per il caldo esagerato, dove nell’attrezzato si erano raggiunti quasi i 40 gradi. I medici e i responsabili avevano preso in considerazione di fermarsi a Vicenza e di ritornare indietro. I malati hanno chiesto di proseguire…

Mons. Laurentin nella biografia di Santa Bernadette racconta che Ella venne incaricata all’ospizio di accudire dei vecchietti particolarmente disgustosi. Sono coloro che sbavano e si sporcano… e che Ella vi si dedicò con tale passione che le venne il gusto di continuare. E’ questo il regalo che abbiamo quando non scegliamo i compagni di viaggio: ci potrebbe
venire il gusto di continuare…

Il carisma unitalsiano è questo: condividere la strada e la vita con chi corre il rischio di rimanere indietro o è già indietro, perché nessuno venga escluso.

L’Unitalsiano viaggia alla velocità del più lento perché il più lento è il più prezioso.

Il pellegrinaggio unitalsiano è questo tentativo di non escludere nessuno dalla vita a cominciare dagli ammalati e da chi soffre. Dobbiamo metterci in ricerca. Spesso ci accontentiamo dei soliti malati che non riusciamo a rimpiazzare quando partono per il Paradiso; spesso crediamo di aver fatto abbastanza e invece non abbiamo mai fatto abbastanza: i poveri li avrete sempre con voi…

Il carisma di essere pellegrini di carità si esprime nella libertà del cammino. La nostra tradizione è un patrimonio dal quale devono nascere nuovi modi per rendere il carisma attuale e non farlo diventare una “reliquia da museo ecclesiale”. O la tradizione è un patrimonio spendibile per vivere la novità della fede e del carisma o diventa una prigione soffocante che allontana e ammutolisce non solo i giovani ma tutti coloro che hanno fame di fraternità e di felicità qualunque sia la loro età, la fantasia della carità,…

Questo carisma si esprime sentendosi parte di un’opera comune, già a cominciare dai pellegrinaggi che non appartengono a singole sottosezioni e ai loro presidenti ma sono l’espressione della comunione dell’associazione.

E’ veramente scandalosa la difficoltà di vivere insieme tra più sottosezioni i vari pellegrinaggi.

A volte abbiamo troppo attaccamento a incarichi e a responsabilità per coprire con la soddisfazione del potere (ma quale potere!) la nostra pochezza di vita e di fede.

Qualche volta siamo troppo efficienti per capire il nostro poco cuore. Il nostro carisma di pellegrini di carità, oggi, ci chiede di camminare anche su strade nuove e soprattutto credendoci.

Lo slogan “treni bianchi e non solo” ci deve lasciare la mente aperta alla fantasia della carità. C’è un rapporto di scambio tra pellegrinaggi e vita di carità: i pellegrinaggi muovono alla carità concreta, la carità vissuta spinge ai pellegrinaggi, rende l’associazione
credibile, ci fa incontrare le persone e i loro bisogni e comunica la nostra proposta.

Come trasformare un volontario in unitalsiano?

E’ in gioco la qualità e la credibilità della nostra testimonianza di unitalsiani.

Diverse persone vogliono darci una mano e ce la danno, magari in singole esperienze di carità e in singoli pellegrinaggi…poi vanno via.

Chi resterebbe in una casa dove viene considerato quasi un estraneo dove ti viene fatto pesare che sei l’ultimo arrivato, che devi solo “dare una mano” e “seguire” o dove in tanti ti
ricordano che non sei niente mentre noi abbiamo l’esperienza?

Chi resterebbe in un gruppo dove le parole di fraternità si scontrano con la testimonianza evidente del pettegolezzo, della guerra tra fazioni, della presunta prevalenza delle regole statutarie e regolamentari sulle idee nuove di carità e linguaggio? Chi resterebbe in un
gruppo dove la parola servizio si scontra con le contro testimonianze evidenti dell’attaccamento alle responsabilità e ai “piccoli poteri” anche per decenni, con scambi preordinati anni prima perché si resti comunque importanti? Chi resterebbe in un gruppo dove si parla di Gesu’ Cristo ma non si testimonia tenerezza e comprensione?

Le nostre sottosezione e i nostri gruppi sono spesso così. Spesso due anni senza partecipazione ai pellegrinaggi passano davanti a tanto impegno quotidiano di volontariato in ospedale, in casa di riposo o a casa del malato. E stiamo arrivando ad avere soci effettivi efficienti che vengono da tre anni e conoscono poco l’associazione mentre
allontaniamo da soci effettivi il socio che per 20 anni si è dato da fare ma ora con la crisi non riesce a partecipare al pellegrinaggio, ma ora deve assistere i suoi genitori e quindi…

Perché un volontario occasionale diventi unitalsiano occorre “mantenere la promessa” : sono le persone a testimoniare che “essere unitalsiani è bello” prima ancora dei pellegrinaggi.

E per restare unitalsiani cosa ci vuole? E per scegliere di diventare unitalsiani cosa ci vuole? C’è bisogno di:

1) un clima di fraternità vera e accogliente nelle sottosezioni e nei gruppi. Nell’unitalsi non ci sono padri e madri padroni.

2) una proposta di cammino affascinante e vera che coinvolga la vita e non si limiti a sporadici appuntamenti una tantum per catechesi evanescenti e manifestazioni in divisa: c’è bisogno di formazione e soprattutto gli assistenti spirituali devono darsi da fare, non solo in occasione del pellegrinaggio.

3) di attività di carità “non semplicemente assistenziale” ma molto vere e fatti (e qui amare libera la fantasia della carità).

4) di sentire l’Unitalsi come un’opera comune senza contrapposizioni di livelli (quando qualcosa non va è sempre colpa della Sezioni o di Roma) : siamo tutti l’Unitalsi.

5) di una testimonianza vera di adesione a Gesu’ Cristo e alla Chiesa non come offerta di una struttura ma come vita di comunità.

6) di linguaggi ed esperienze nuove anche nei pellegrinaggi perché vengono vissuti non come immutabile tradizione (si è sempre fatto così) ma come “costruzione in divenire” nella quale tutti sono importanti, anche gli ultimi arrivati.

7) Tutti gli incaricati di servizio devono agire prima col cuore poi col regolamento.

 

 

Il Presidente Dott. Armando
Donello

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